Santificazione del tempo penitenziale: aspetti pastorali e obblighi giuridici

Summario: I. Lo smarrimento del senso e del valore della mortificazione. II. Le pratiche penitenziali in quanto beni dovuti. III. Panoramica dottrinale ed evoluzione normativa: 1. La disciplina nel CIC 17. 2. La dottrina conciliare e le disposizioni pontificie successive. 3. L’affinamento codiciale e magisteriale. 4. L’opzione della disciplina orientale. IV. La composita strutturazione del precetto ecclesiastico: 1. Il fondamento divino della chiamata alla conversione. 2. Il titolo ecclesiastico della prescrizione penitenziale. 3. Il concorso personale nella misura del dovere. V. La gravità, la sostanzialità e l’umanità dell’obbligo. VI. La promozione dell’ortoprassi penitenziale: 1. Il recupero della valenza cultuale del precetto. 2. Il rapporto ethos-ius e l’influenza decisiva della componente morale. 3. L’iniziativa personale e la dimensione comunitaria nel cammino della conversione.

L’articolo partendo dall’attuale “eclissi” del senso e del valore della mortificazione, cerca di giustificare come le pratiche penitenziali, prima che prescrizioni legali, possono costituire per il loro carattere comunionale e istituzionale beni dovuti in giustizia. L’evoluzione normativa postconciliare, superando il rischio del formalismo e del letteralismo precedenti, ha inteso recuperare la pienezza dello spirito d’espiazione (preghiera, opere di pietà e carità, sacrificio). L’attuale formulazione dell’obbligo esplicita il fondamento divino del mandato, l’esigenza ecclesiastica della comune osservanza e il concorso personale nell’integrazione del dovere (can. 1249 CIC). Il limite principale concerne tuttavia l’effettività e l’applicazione del disposto. La “riduzione quantitativa” del precetto non pare essersi tradotta finora nell’“incremento qualitativo” auspicato. La promozione della prassi penitenziale in chiave interdisciplinare richiede allora la riscoperta del significato liturgico-sacramentale della mortificazione, la riappropriazione del ruolo decisivo della componente morale e la presa di coscienza della portata sociale e comunitaria della condotta del fedele.

The article, departing from the “eclipse” of the meaning and the value of mortification, attempts to argument the justification of the practices of penance on the basis of their character of communional and institutional goods due to justice’s sake, rather than only for legal requirements. The normative development after Vatican Council, having overcome the risk of past formalism and literalism, intended to recuperate the fullness of the spirit of expiation (prayer, work of piety and charity, sacrifice). The present wording of the obligation clearly expresses the divine foundation of the mandate, the ecclesiastical requirement of the common observance and the individual participation to the fulfillment of the duty (can. 1249 CIC). However, the main inadequacy relates to the effectiveness and the actual application of the norm. It doesn’t seem, up to the present time, that the “quantitative lessening” of the precept brought about the “qualitative growth” wished for. The advancement of the penitential praxis in an interdisciplinary key, then, requires the rediscovery of the liturgical and sacramental meaning of mortification, the regaining of the decisive role of the moral component and the perception of the social and communal relevance of the conduct of the faithful.

 

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